Libera riflessione sull’umanità

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo e di quella che diciamo ”l’umanità”, e ci riempiamo la bocca a dire umanità: bella parola piena di vento; la divido in cinque categorie:

  • gli uomini,
  • i mezz’uomini,
  • gli ominicchi,
  • i (con rispetto parlando) pigliainculo
  • e i quaquaraquà…

Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… […]»

Così Sciascia fa parlare Don Mariano, il capomafia de “il giorno della civetta”.

Ho provato reinterpretare in chiave più generale questa classificazione secondo la mia esperienza, astraendola dal suo contesto ambientale e letterario.

Le categorie sono, in fondo, più semplicemente solo 3.

  • Uomini,
  • Mezz’uomini, che non sono molto diversi dagli ominicchi,
  • Quaquaraquà.

Ciò che li distingue è l’anima, il senso della loro vita: gli uomini ne hanno; i mezz’uomini (o ominicchi) più o meno poca/o; i quaquaraquà no, sono dei passanti senza storia.

A ben guardare, però, ci sono varianti in ciascun gruppo.

  • Gli uomini, sono:
    • galantuomini, persone per bene,
    • farabutti;
  • Gli ominicchi sono:
    • pavidi, e quindi spesso vigliacchi,
    • opachi;
  • I quaquaraquà sono:
    • fanfaroni,
    • ignavi.

Ciascuno di questi può essere beneducato o maleducato, dissimulando o esprimendo più o meno bene la propria natura. L’educazione riveste e può talvolta temperare alcuni effetti marginali, ma non altera la natura umana.

Se l’umanità fosse egualmente distribuita i galantuomini sarebbero solo un dodicesimo del totale, ma non è così: sono molti di meno, purtroppo!!

  • Un galantuomo non è un tonto, uno stolido idealista, un ingenuo; vive nel mondo ed anch’egli combatte la sua quotidiana battaglia; ha, però, motivi alti, forti, ordinati, mutevoli nel tempo, ma inossidabili; tra essi anche l’interesse, ma questo non è il primo ne il prevalente. Nel suo cuore albergano l’onestà, l’amicizia che riserva a pochissimi, l’assoluto dell’obbligo morale e della parola data, il rispetto sostanziale e non manieristico, la comprensione intima, la tolleranza, il perdono autentico, la carità. La sua  vita e la sua esperienza non depauperano i suoi moventi, li temperano fortificandoli. Sa mentire ed omettere, ma se lo fa è in funzione di qualcosa di degno e mai strumentale ad un basso scopo; è incapace di tradire. Non è, per contro, incapace di ricordare, specie i torti subiti, ne di  rivalersi per una lesione della sua dignità; al contrario: la sua memoria è inossidabile e spugnosa, il torto subito è misurato con benevolenza verso l’autore ma mai sminuito; la rivalsa è civile, quindi non è violenta, ne animosa, ma elegante e determinata, è prudente, proporzionata e progressiva e non va mai in prescrizione.
  • Un farabutto non è dissimile da un galantuomo; il suo vivere è mosso da riferimenti analoghi (con diversa gradazione d’intensità) a quelli del galantuomo, ma  il suo primo e prevalente motivo è “lo suo particulare”. Ciò non ne indebolisce la nobiltà d’animo se non quando, l’interesse (non necessariamente e non solo economico) entra in conflitto col resto. E’ allora che, a differenza del galantuomo, il tradimento diviene ammissibile, mentire (anche a se stesso) non è più solo funzionale ma strumentale, la parola data può essere disattesa, la memoria muta in rancore, il torto in offesa, la rivalsa in vendetta. Ciò lo imbruttisce, come il ritratto di Dorian Grey ed il conflitto interiore lo lacera, anche se col tempo vi si abitua, ci convive sempre meglio e “s’incallisce” per sopravvivere. Un farabutto può diventare un galantuomo, riscattando la sua esistenza o può fatalmente corrompersi scivolando nell’opacità, ma non può divenire ne pavido ne un quaquaraquà.

Gli uomini, dell’uno e l’altro tipo sono capaci di ritrarsi sagacemente, ma non fuggono mai il loro destino, non eludono ne si sottraggono agli appuntamenti della vita, sono protagonisti indiscussi della loro sorte.

  • Un pavido è un debole d’animo, non di ragioni. I suoi moventi sono fragili, non assenti. Questo lo porta a condotte nelle quali il tradimento, la menzogna, possono divenire costume sol perché più sostenibili, come conformarsi, seguire la corrente, adeguarsi, lasciar correre. Egli, per questo, scivola con facilità nella vigliaccheria; un pavido non sa rivalersi, solo colpire alle spalle. Ha una memoria selettiva per convenienza ed un perdono fasullo perché sottomesso all’utilità. Per lui, comunque, è il “se stesso” (non solo l’interesse) avanti a tutto, salvo che costi poco o nulla e comunque prima o poi convenga. E’ facile che diventi un ignavo; molto difficile che diventi altro.
  • Un opaco è un dissimulatore per definizione. La menzogna, l’omissione, il tradimento sono prassi. Le sue ragioni intime sono tutt’altro che deboli, ma povere, piccine, oscure e imperscrutabili. Il “se stesso” è prevalente a qualunque costo, anche se l’alternativa è gratuita. E’ un tendenziale manipolatore. Egli potrebbe divenire un farabutto col tempo e la coscienza o un ignavo, ma null’altro.

Gli ominicchi (o mezz’uomini) eludono per prassi gli snodi piccoli e grandi della vita, conoscono il loro destino ed allontanano con ogni mezzo il tormento del non saper interagire con esso.

  • I fanfaroni starnazzano di un “se stesso” che non è, tentando di vendersi in ogni modo per ciò che non sono e deformando la realtà. Non hanno una parola, non distinguono la verità dalla menzogna neanche con se stessi, non distinguono il perdono dall’oblio. La confusione etica regna nel loro animo e questo li rende imprevedibili e insidiosi, anche perché, per sostenere le loro fanfaronate, sono disposti a tutto.
  • Gli ignavi, coloro che mai non fur vivi” come dice Dante, non sono dissimili dai pavidi, ma, a differenza di questi, le loro ragioni sono debolissime se non assenti. Non hanno una vera coscienza del “se stesso” cui subordinare ogni condotta ed anche, come il pavido, eventualmente ogni infamia. Semplicemente “assistono” al trascorrere della loro esistenza, difendendosi a casaccio da un vuoto profondissimo ed insensato.

I quaquaraquà non vedono – e quindi mancano – gli appuntamenti della vita e sono inconsapevoli del loro destino.

E’ ovvio che questa descrizione così categorica è irrigidita dall’esigenza di sintesi. Tra ciascuno dei tre tipi (uomini, ominicchi e quaquaraquà) non vi è un confine lineare ma una sfumatura, così come vi è una striscia di sovrapposizione tra i “sottotipi”. Inoltre la classificazione, per forza di cose qui descritta linearmente, in realtà è tridimensionale e quindi non vi è graduazione, ma intreccio.

La collocazione in un insieme, comunque, è incolpevole ed è per questo, ad esempio, che il tradimento che venga da un ignavo è irrilevante, mentre lo stesso tradimento che venga da un farabutto è gravissimo così come quello che – per avventura – dovesse venire da un galantuomo é definitivo e senz’appello.

E’ anche vero che questo non è un punto d’arrivo, ma l’avvio compiuto di un esame dinamico e dialettico della coscienza, della relazione con gli altri e del suo e loro valore, dei comportamenti, degli effetti, degli affetti.

Non dev’esserci un giudizio etico nel collocare le persone in questi insiemi, ma una semplice e mutevole sistematizzazione di alcuni aspetti della natura umana: un’ottica.

Ogni persona resta, in quanto tale, degna della massima considerazione umana e va considerata – in astratto – potenzialmente in grado di emanciparsi dalla sua collocazione; non per questo, però, le si deve una stolida condiscendenza, ne si deve per essa nutrire più speranza di quanta realisticamente le si possa riconoscere.

Da ultimo, ma non meno importante, la trattazione è formulata al maschile, ma non esclude le Donne….. anzi.

E’ stato un esercizio tra serio e faceto, aperto ad evolversi e mutare nel tempo; per questo ho avviato un confronto con alcune amiche ed amici.

Taluni sono restati molto influenzati dal contesto mafia-Sicilia dello spunto; altri hanno voluto evidenziare la trasversalità delle personalità individuali rispetto alla classificazione proposta e/o il condizionamento ad essere ciò che siamo determinato dalla nostra nascita, dall’ambiente nel quale cresciamo, ecc.; c’è stato chi è stato più tranciante, dividendo l’umanità solo in due, salvo lasciar aperta la via mille indefinite sfumature; alcuni hanno espresso difficoltà a riconoscersi nello schema trovandolo troppo “statico”; altri lo hanno trasposto nel contesto politico e sociale del nostro tempo; qualcuno ha rilevato il valore “autocritico” che la riflessione stimola.

Ribadisco, in conclusione, che il monologo di Don Mariano, scelto a pretesto di questa riflessione è incidentale; è solo lo spunto per attivare la fuga dalla tentazione relativista della quale avverto la necessità diffusa. Se nella prassi quotidiana è giusto ponderare sempre le ragioni ed i moventi altrui, essere tolleranti, saper comprendere e misurare con “metri” differenti persone ed eventi, proprio per poterlo fare è indispensabile un saldo ancoraggio di partenza.

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